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18 Ius Soli

17 ottobre 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA e INVITO
 
Proiezione del documentario
18 IUS SOLI
25 ottobre, ore 20.30
Sala Buzzi, Circoscrizione 2a – Via Berlinguer 11
 
Il documentario “18 Ius Soli” affronta per la prima volta in Italia il tema del diritto di cittadinanza e la condizione di “non essere

Il documentario “18 Ius Soli” affronta per la prima volta in Italia il tema del diritto di cittadinanza e la condizione di “non essere cittadini” di chi è nato è cresciuto in Italia da genitori immigrati.
I figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia, non sono riconosciuti come cittadini italiani anche se studiano nel nostro Paese, parlano la nostra lingua e i nostri dialetti, spesso non conoscono neppure il Paese d’origine dei loro genitori ne’ parlano la loro lingua. Al compimento del 18° anno di età, per ottenere la Cittadinanza Italiana, devono sottoporsi ad un iter burocratico lungo e complesso, che non sempre termina con esiti positivi per chi la richiede.
“18 Ius Soli” racconta la storia di alcuni “nuovi italiani”, e al tempo stesso promuove il dibattito legislativo e culturale sul diritto di cittadinanza per chi nasce il Italia sebbene da genitori immigrati.
Fred Kowornu, regista del film, sarà presente alla proiezione, insieme all’assessora del Comune di Ravenna Ouidad Bakkali e al gruppo giovanile “Generazioni in Movimento”.

La proiezione è organizzata dal Circolo di Ravenna di Libertà e Giustizia con la Rete Civile contro il Razzismo e la Xenofobia di Ravenna, in collaborazione con la Casa delle Culture del Comune di Ravenna. Seguirà un dibattito aperto al pubblico.
 
 
 

 

 

 

 

 

 

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Donne che giudicano le donne: Se lei non diventa leader è perché ha poca autostima

30 giugno 2011

Repubblica 29.6.11
di Michela Marzano

Cambiano le abitudini alimentari. Cambia il modo di fare la spesa. Cambia il modo di vestirsi o di pettinarsi. Le mentalità, però, non sembrano evolvere. Visto che, nonostante le battaglie e le conquiste degli anni Sessanta e Settanta, una grande maggioranza delle donne italiane continua a pensare che il proprio destino sia quello di diventare un angelo del focolare: restare a casa per occuparsi della famiglia, organizzare la vita quotidiana, farsi carico dell´educazione dei figli. Stressate e poco fiduciose nel futuro, molte di loro sono convinte che le proprie figlie avranno ancora meno opportunità di quelle che hanno avuto loro quando erano giovani. E allora si ripiegano su loro stesse e fanno come se questi ultimi quarant´anni di storia non fossero serviti a nulla. Certo, esistono anche molte donne che rifiutano gli stereotipi che per secoli hanno circondato la femminilità e la virilità, e che si battono per non restare prigioniere del passato. Entrano in “resistenza” nei confronti dell´oppressione e cercano di “guarire se stesse in modo da imparare a vedere con chiarezza” come diceva il monaco buddista Thich Nhat Hahn.
Ma sono una minoranza. Perché tante altre sono ancora convinte che la cosa migliore che possa accadere ad una donna sia quella di sposarsi e mettere su famiglia, lasciando agli uomini l´onere e il privilegio di occuparsi della “cosa pubblica” e di fare carriera.
È vero che esistono delle difficoltà oggettive cui le donne si confrontano quotidianamente. È vero che, a parità di titoli, le donne sono più precarie e meno pagate degli uomini. È vero che esiste un “soffitto di cristallo” che impedisce loro di occupare posizioni di rilievo e di arrivare ai vertici decisionali. Ma è anche vero che ci si dovrebbe interrogare sull´autoesclusione di cui molte donne sono le principali artefici. Come se “per natura” alle donne mancassero alcune “competenze chiave” per fare carriera: autostima, capacità di separare sfera affettiva e sfera lavorativa, volontà di negoziare, leadership. È sempre più frequente incontrare giovani donne che si lamentano di non essere “in grado di”. E la lista delle cose di cui non sarebbero capaci di occuparsi è sempre la stessa: il lavoro, la politica, la cultura. Come se le donne non riuscissero a liberarsi dalle norme e dalle ingiunzioni patriarcali. Si fossero abituate alla propria condizione di asservimento. E non riuscissero nemmeno ad immaginare una società capace di funzionare in modo diverso e più egalitario.
Le immagini e i discorsi in cui siamo immersi, fin dall´infanzia, non ci aiuta ad uscire dagli stereotipi di genere. Anche gli abbecedari e i manuali scolastici sembrano tutti fatti con lo stampino: quando di tratta di spiegare il funzionamento degli organi o dei muscoli del corpo umano, ad esempio, i bambini e le bambine non sono mai trattati nello stesso modo. Le bimbe servono a spiegare il funzionamento dei muscoli lisci: si tratta di muscoli che si contraggono involontariamente, come quelli delle pareti della laringe e dell´esofago quando l´organismo inghiotte e digerisce un alimento. I bimbi permettono invece di capire come funzionano i muscoli striati, come ad esempio i bicipiti, che si contraggono volontariamente quando si solleva la mano per prendere un oggetto o per nutrirsi. Le immagini dei bambini sono utilizzate per spiegare il complesso meccanismo che permette ai muscoli di funzionare in connessione con il cervello. Quelle delle bambine, invece, illustrano gli automatismi del corpo umano e la passività. Certo, si tratta solo di un esempio fra gli altri. Non è solo perché le bambine giocano con le bambole o leggono libri dove l´immagine che ne viene data è parziale e riduttiva che avranno poi delle difficoltà a avere fiducia in loro stesse. Il contesto familiare e culturale gioca sempre un ruolo di primo piano, e i genitori possono far molto per aiutare le proprie figlie a crescere liberandosi dai pregiudizi. Ma se le madri continuano a credere che in fondo le donne sono più portate per le mansioni domestiche e per i bambini che per il lavoro o la politica, come potranno poi le figlie uscire da questa prigione identitaria che impedisce loro di immaginare un mondo diverso, in cui le competenze non abbiano più sesso?
Come spiegava già Montesquieu nel 1748, quando si vogliono cambiare i costumi di una società, non ci si deve illudere: il modo migliore è agire a livello sociale e far evolvere le rappresentazioni e i comportamenti. Speriamo che prima o poi le donne se ne rendano conto e la smettano di essere le prime a riprodurre senza sosta gli stereotipi di genere.

DONNE CHE GIUDICANO LE DONNE – LE QUOTE ROSA PALLIDO

30 giugno 2011

di Sasso Cinzia

Repubblica – 29-06-2011

Sono passati quasi quindici anni, ma quel titolo — “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”— non diventa mai vecchio. Non si tratta di amori, stavolta, ma lo slogan è perfetto per descrivere come si sentono le donne di oggi: fuori di testa, distrutte dalla fatica, sempre di corsa, espropriate di quello che è loro più caro, la vita personale. Donne che raccontano se stesse come protagoniste del mondo, e che anche proprio per questo dicono di non farcela (quasi) più: dall’India alla Spagna; dal Messico alla Francia; dalla Russia alla vecchia Gran Bretagna, si descrivono stressate fino allo sfinimento. E le italiane? Nei Paesi sviluppati sono tra quelle che stanno peggio, ma non è questa la più grande sorpresa che riserva l’ultima ricerca sullo stato delle donne nel mondo. Quello che forse in Parlamento, ieri, i 438 deputati che hanno votato la legge sulle quote riservate alle donne nei consigli di amministrazione delle aziende non immaginavano, è che le donne italiane si pensano ancora come regine della casa, altroché come potenti consigliere di  impresa. Nielsen,istituto di ricerca, ha messo in campo unsurveydawero ambizioso. Econ 6.500 interviste in ventuno Paesi ha cercato di sviluppare una foto aggiornata del pianeta più interessante del presente e del prossimo futuro, l’universo femminile, ha chiesto insomma alle donne di giudicare le donne. Interessante per qualsiasi cosa: perché tutti sono concordi nel dire che le donne sono il motore dell’economia, ma sono anchei target privilegiati delle strategie di marketing. Come scriveva Avivah Wittenberg-Cox nel suo fortunato “Rivoluzione Womenomics”: «Le donne oggi costituiscono un immenso serbatoio di talento nel mondo del lavoro e rappresentano più della metà dei beni di consumo». Non è dunque un interesse sociologico ad avere dettato le mosse del colosso della ricerca, ma certo i dati raccolti forniscono un quadro aggiornato dello stato dell’arte dalla parte del pianeta femminile. Ed è da qui, soprattutto dal confronto tra l’Italia e gli altri Paesi europei, che emergono grandi sorprese. Perfino Roberto Pedretti, amministratore delegato di Nielsen Italia, rischiando di far infuriare le — o alcune, almeno —donne è costretto ad ammettere: «Lafigura femminile italiana si conferma ancorata a sche *** mi mentali tradizionali: ritiene che l’uomo sia ancora il soggetto più adatto a ricoprire ruoli di maggiore prestigio, ad esempio nell’ambito professionale o politico». Fosse tutto qui: c’è anche di peggio. Il luogo privilegiato dell’esercizio del potere per la maggioranza delle italiane donne resta la casa, come se il focolare domestico fosse ancora il liquido amniotico nel quale nuotare.I127 percento sostieneche, per genere, sia l’uomo il più adatto a lavorare fuori di casa. Il 52 per cento dice che le donne sono più portate ad occuparsi dei figli. 1125 per cento rivendica con forza la tradizione del mammismo italiano: sono indubbiamente loro, le mamme, il genitore di riferimento. Dati che stridono ancora di più se confrontati con quelli di altri paesi europei. La Spagna, ad esempio: dove solo l’8 per cento reputa che il lavoro retribuito sia un “affare” da maschi (l’89 percento delle spagnole risponde che per questo aspetto uomini e donne sono uguali, mentre le italiane che lo sostengono sono il 66). E dove solo l’8 per cento rivendica alla donna un ruolo speciale di genitore. Perfino in casa, nella nostra piccola Italia, la famiglia è divisa in giocatori di serie A e serie B: le decisioni finanziarie e gli acquisti importanti, tipo la tecnologia, spettano agli uomini; le donne riservano per sé le scelte legate all’effimero, come le vacanze, l’acquisto di generi alimentari, o ancora quelle legate alla salute. C’è poi l’aspetto della partecipazione politica: il 29 percento delle italiane (contro il 12 di Spagna e Germania) la descrive come una prerogativa maschile. Stessa cosa perla carriera: il 25 per cento pensa che a comandare devono essere gli uomini e il 34 ritiene giusto che guadagnino di più. Eppure, in Europa, le donne italiane sono tra quelle che contribuiscono di più all’economia familiare: il 54 per cento (superato solo dal 55 della Germania) denuncia l’entrata di due stipendi e pazienza se poi il loro è più basso, tanto da non raggiungere la metà delle entrate. Tutto, nella nostra idea della vita, è posticipato: l’età “giusta” per il matrimonio (che va dai 25 ai 39 anni per il 58 per cento, contro il 54 per cento di inglesi che lo collocano tra i 18 e i 24); così come quella per fare dei figli. Un paese, insomma, dove il titolo di un libro della sociologa Francesca Zajczyk datato 2007 — “La resistibile ascesa delle donne in Italia” — è ancora di scottante attualità. Paola Profeta, professore di Scienza delle Finanze in Bocconi, vuole però fare dei distinguo, perché il rischio è quello che la statistica travolga i dati di realtà: «L’età, il livello di istruzione e la provenienza geografica delle persone che hanno risposto sono dati molto importanti perché sappiamo che il Sud è molto più arretrato e questo conta moltissimo. Questi dati, comunque, confermano un dato che anche altre ricerche evidenziano e cioè l’arretratezza della cultura di genere nel nostro Paese. In queste risposte, più che una volontà delle donne di restare escluse, vedo una forma di rassegnazione». Come dice Flavia Perina, parlamentare di Fli, sul palco di Milano il giorno della grande manifestazione dell’orgoglio femminista, “Se non ora quando”: «Le donne italiane sono succubi come tutti dello stereotipo culturale che si è affermato in Italia. Molte donne sono convinte che tocchi a loro fare determinati lavori, come fosse un destino naturale. In Spagna, che pure èun paese simile al nostro, Zapatero ha scosso questo cliché; in Italia negli ultimi anni si è rafforzato. Loro sono andati avanti, noi siamo regrediti agli anni ’60». «L’Italia — aggiunge Zajczyk—ha sviluppato unavisione velinistica della vita, come se il ruolo della donna dovesse essere sempre subordinato al maschio. Puoi anche lavorare quindici ore al giorno ma po i to rni a casa e sei tu a d over fare il risotto e solo se ti metti ai fornelli superi i tuoi sensi di colpa e ti senti una donna completa. E questo è un problema culturale molto serio». Oggi, in tutta Italia, vari gruppi di donne organizzano aperitivi, feste e incontri per festeggiare lo storico traguardo della legge sulle quote: perché sarà anche una forzatura, ma è l’unico modo per modernizzare un paese affascinato dalla sua stessa vecchiezza. «Se non facevamo questa legge — esulta Alessia Mosca, che insieme a Lella Golfo è una delle firmatarie — rischiavamo di ritrovarci sul set di un film d’àntan, “Questo non è un paese per donne”».

IL RITORNO DELLA MITEZZA COSÌ LA POLITICA CERCA UN NUOVO LINGUAGGIO

30 giugno 2011

27 giugno 2011

Mitezza come parola chiave del nuovo lessico politico. Invocata da più parti, e in zone diverse della geografia culturale, si presenta come l’ antidoto all’ arditismo quale cifra dominante dell’ ultimo ventennio. La svolta mite di un paese stanco di guerra è il titolo di una riflessione di Ilvo Diamanti sui recenti risultati delle elezioni amministrative. Una “svolta mite” ribadita dagli ultimi referendum. Eroe mite appare il nuovo sindaco di Milano, proprio nella città-culla d’ una politica muscolare e gridata. Così come altrove ha trionfato lo stile pacato dei nuovi sindaci e delle campagne referendarie condotte con il sorriso e l’ ironia. La mitezza come virtù civile necessaria è rilanciata in innumerevoli saggi. Di “nazione mite” scrive Paul Ginsborg in Salviamo l’ Italia, nel solco tracciato fin dal 1993 con il “diritto mite” da Gustavo Zagrebelsky, il quale ha riproposto anche in interventi recenti la sua riflessione sul rapporto tra mitezza e democrazia. In Sinistra/Destra. L’ identità smarrita Marco Revelli la indica come principio costitutivo di un nuovo codice genetico della sinistra. E Giovanni De Luna in La Repubblica del dolore ne fa il cardine d’ una rinnovata religione patriottica e d’ un nuovo Pantheon di “eroi fragili”. Ma cos’ è questo richiamo alla mitezza che attraversa la penisola nelle diverse mappe ideali? E com’ è stato possibile che la “virtù impolitica” per eccellenza – così la definì Norberto Bobbio quasi trent’ anni fa – sia diventata la più forte delle categorie politiche (e difesa come tale dal presidente Giorgio Napolitano in occasione d’ un recente convegno dedicato ad Antonio Giolitti)? Per Bobbio si trattò d’ una svolta nel percorso intellettuale. A ricordarcelo è Revelli in un saggio uscito su MicroMega, nel quale ricostruisce la genesi di Elogio della mitezza, scritto nell’ 83 per una conferenza e pubblicato dieci anni dopo – non senza riluttanza- sulla rivista Linea d’ Ombra. Il filosofo del diritto e il teorico della politica cedevano il passo al pensatore morale, inducendo molti a collocare quel singolare testo tra i suoi scritti più inattuali. Ma al di là delle dichiarazioni dell’ autore – è la tesi sostenuta da Revelli – la scelta di quella virtù impolitica possedeva una sua «intrinseca e non arresa politicità». Quantomeno «essa esprimeva un implicito ma radicale messaggio di critica della politica presente, forse di più: di contrapposizione netta, assoluta, nei confronti di quella forma della politica che egli vedeva andare emergendo nello stile e nei comportamenti, nei linguaggi, nella stessa nuova, e volgare, antropologia degli homines novi ». Questo vale per il 1993, preludio del berlusconismo, ma anche per la deriva craxiana già manifesta dieci anni prima, anticipatrice – scrive Revelli – d’ un diverso costume, “personalistico” e “spettacolare”, e del “culto del capo carismatico”, caratterizzato da atteggiamenti sempre più “arroganti” e “protervi”. Ma cosa intende Bobbio per mitezza, adottandola come virtù prediletta e sottolineandone la specificità tutta italiana sul piano linguistico («mite e mitezza sono parole che solo l’ italiano ha ereditato dal latino»)? Spiega Revelli: «La prima definizione che proponeè “l’ unica suprema potenza” che consiste “nel lasciare essere l’ altro quello che è”. Atteggiamento che non è disinteresse o estraneità, ma è la forma più alta di coinvolgimento e di reciprocità». Il carattere rivoluzionario della mitezza affiora soprattutto dal confronto con le inclinazioni opposte, “l’ arroganza”, “la protervia” e la “prepotenza”, ma essa non deve essere confusa con la “remissività” né con la “cedevolezza” né con la “bonarietà”. «Il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio. Il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio contro chicchessia». Il mite, in sostanza, «può essere configurato come l’ anticipatore di un mondo migliore», e in questa definizione Revelli riconosce il carattere “attivo” di una virtù tra le meno praticate del Novecento. «Ed è utile rileggere oggi», suggerisce Revelli, «la lista delle virtù che affiancano la mitezza: l’ umiltà, la modestia, la moderazione, la verecondia, la pudicizia, la continenza, la sobrietà, la temperanza, la decenza, l’ innocenza, la semplicità. Fa quasi impressione alla luce di quanto è accaduto negli ultimi anni nei palazzi e nello spazio pubblico del potere». Sul carattere pubblico della mitezza insiste anche Ginsborg. A una visione della politica ispirata da Machiavelli – in essa non v’ è spazio per il «mite» agnello – contrappone quella di Cattaneo per il quale la politica è la scienza dei rapporti sociali e «la mitezza, essendo virtù sociale, vi rientra pienamente». La fedeltà alla mitezza, ha sostenuto di recente Zagrebelsky, non è rifugio consolatorio ma implica una vera contrapposizionea una politica che si alimenti di violenza. Oggi la mitezza – sostiene De Luna – è evocata come fortissimo antidoto all’ arroganza e alla sopraffazione del potere, ma è anche una proposta alternativa alla deriva rissosa e rancorosa che rischia di sommergere le nostre istituzioni. Nonè un caso, aggiunge Revelli, che abbia trionfato proprio nella città che aveva dato origine a un modello antropologico agli antipodi, lo stesso fiutato da Bobbio prima di scrivere il suo Elogio. «Mitezza anche come incrocio di sorriso e ironia, l’ uso di un linguaggio diverso che all’ invettiva e alle fabbriche del fango replica con le armi dell’ humour. Mario il Mago ha esaurito la sua magia. E la reazione dei cittadini non è stato l’ urlo ma il sorriso di chi guarda un giocattolo rotto». Qualcuno associa la mitezza alla “forza tranquilla” di Mitterrand, secondo un fortunato slogan inventato da Jacques Séguéla. «Ma la “forza tranquilla”», obietta Revelli, «evoca una rassicurazione che arriva da una figura del potere: il leader rassicura il proprio popolo rispetto a se stesso. È un messaggio che dall’ alto scende verso il basso, mentre la mitezza che oggi vince in Italia è un messaggio orizzontale, tra individui che ricominciano a comunicare dopo decenni di separazione. La Milano da bere di Craxi e Berlusconi beveva in solitudine, questo di oggi è un paese che s’ incontra nelle piazze». L’ impatto comunicativo della “mitezza” è confermato anche da una pubblicitaria esperta come Annamaria Testa, che ne rivendica il carattere civile e spontaneo. Non uno slogan progettato a tavolino da un sapiente stratega di marketing politico, ma una forza che spontaneamente emerge dal basso. «L’ aspetto più interessante del trionfo della mitezza, che però io preferirei chiamare “civiltà”, è il suo tratto non progettuale e incontrollabile. Un allineamento spontaneo su un registro diverso da quello dominante che alle grida scomposte preferisce la parola misurata». Mitezza non come slogan comunicativo ma capacità dei leader di mettersi in gioco come persone, non più personaggi. «La mitezza si scopre politica agli occhi degli stessi politici», sostiene Revelli. «Nelle ultime campagne, essa è stata declinata con la lealtà, anche questa una qualità che Machiavelli non avrebbe mai annoverato tra le virtù politiche. Ma la lealtà versoi compagniè un’ attitudine da rilanciare nello spazio pubblico. L’ ostilità verso chi ti sta vicino può condurre all’ agonia: la sinistra politica dovrebbe trarne una lezione ». – SIMONETTA FIORI

 

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/06/27/il-ritorno-della-mitezza-cosi-la-politica.html

Operai Thyssen: disoccupati e discriminati

30 giugno 2011

l’Unità

27-06-2011

 Quel nome sul curriculum sembra un marchio che discrimina: «Le agenzie di lavoro interinale ci hanno consigliato di cancellarlo», racconta Ghermai, 35 anni. «Quando leggono tra le precedenti esperienze “operaio Thyssenkrupp” si spaventano, sembra che preferiscano non avere niente a che fare con noi».

Non che ce ne siano tante di aziende disposte a valutare il loro passato professionale. Negli ultimi due anni Ghermai ha fatto un solo colloquio di lavoro, e tra i suoi ex colleghi c’è chi non ha avuto neanche quella possibilità. Sono sedici persone. Sono quello che resta a Torino della multinazionale tedesca dell’acciaio. Il 13 giugno l’azienda gli ha fatto sapere che con la fine del mese sarebbe cessato anche il loro rapporto di lavoro, che da due anni si alimenta solo di cassa integrazione: «Le comunichiamo che dal 30 giugno sarà collocato nelle liste di mobilità», scrive su carta intestata la Thyssen.

Per questo oggi Ghermai, Mirco, Peter, Luca, Sandro, Marco, Giuseppe, Antonio, e gli altri, tutti tra i 35 e i 55 anni, si ritroveranno di nuovo davanti alla sede della Regione Piemonte. «Anche se è umiliante continuare a manifestare quando è chiaro che nessuno vuole occuparsi di noi», riprende un po’ sfiduciato il 35enne di origine eritrea. Venerdì questi lavoratori hanno scritto una lettera al presidente Napolitano, qualche giorno prima avevano cercato il neosindaco di Torino, Piero Fassino, che però era all’estero per il Comune. Aspettano una risposta. Chiedono un lavoro. Un aiuto a trovare una occupazione, così come è stato fatto per moltissimi dei loro colleghi. Dei 400 in forze alle acciaierie, quando prima della strage del 2007 la multinazionale comunicava la volontà di chiudere il sito torinese, in cinquanta sono andati in pensione; trenta sono stati assunti all’Amiat, la municipalizzata dei rifiuti. Molti altri sono finiti all’Alenia, c’è chi è entrato all’Enel o in altre aziende private. Aiutati dalla stessa Thyssen o dalle istituzioni, quasi tutti hanno trovato un’occupazione, magari anche soltanto temporanea.

Quasi tutti tranne loro, che sono gli ultimi rimasti dei 48 operai costituiti parte civile al processo sulla strage del 6 dicembre 2007.

«L’accordo sulla chiusura dello stabilimento – ricordano – prevedeva la ricollocazione di tutti i lavoratori, ma è stato ampiamente disatteso: da tre anni ormai veniamo discriminati e non ricollocati come invece è avvenuto per altri nostri ex colleghi non costituitisi parte civile». «Parlano i fatti, non le dichiarazioni», commenta Giorgio, 54 anni, tre figli a carico e una moglie che ha perso da poco il lavoro part-time che aveva: «Chi non ha chiesto i danni all’azienda ha avuto una possibilità». Una frase che ricorre nei racconti di tutti.

Giorgio adesso spera nella mobilità, «perché in mobilità è più facile trovare lavoro, costiamo meno alle aziende». Dopo tre anni senza lavoro, l’attesa è anche per i circa cinquantamila euro riconosciuti dal Tribunale come danno per la strage. Con quei soldi Giorgio ha pensato che potrebbe aprire una tabaccheria insieme ad un amico, Ghermai potrebbe decidere di trasferirsi all’estero con la sua compagna, anche lei senza un lavoro fisso.

«Ma puntiamo prima di tutto alla ricollocazione a Torino, c’è un accordo firmato dall’azienda e dalle istituzioni che lo stabilisce», ricorda Mirco Pusceddu, 37 anni, l’anima di questo gruppo di lavoratori. «E poi quel risarcimento non basterebbe ad avviare un’attività in proprio. Qui per rilevare un’edicola chiedono fino a 400mila euro. Ma quando non hai una busta paga come fai ad ottenere un mutuo?».

Oltre agli operai un risarcimento è stato riconosciuto dal Tribunale anche al Comune, alla Provincia e alla Regione Piemote: circa 4,5 milioni di euro, fra tutte le istituzioni. «Sono soldi che dovrebbero essere investiti per sviluppare l’occupazione», riprende Mirco, che lancia anche un appello al sindaco Piero Fassino: «Ha detto che intende fare della città la “capitale del lavoro”, una “Gran Torino”. Potrebbe cominciare occupandosi di noi».

http://www.unita.it/economia/operai-thyssen-disoccupati-e-discriminati-1.308091

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Thyssen, sicurezza perduta di M. Solani – 19042011

ThyssenKrupp: «Fu omicidio volontario» – 15042011

http://www.unita.it/italia/thyssenkrupp-fu-omicidio-volontario-1.283652

ThyssenKrupp: «Fu omicidio volontario»

30 giugno 2011

L’Unità – 15042011

http://www.unita.it/italia/thyssenkrupp-fu-omicidio-volontario-1.283652

 

L’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, è stato condannato a 16 anni e mezzo per omicidio volontario. È quanto stabilito dalla corte d’Assise di Torino, che questa sera ha pronunciato la sentenza per la strage in cui persero la vita 7 operai nella notte del 6 dicembre 2007. La pena è quella richiesta dal pm Raffaele Guariniello. È la prima volta che in Italia che in un processo per morti sul lavoro, viene stabilito l’omicidio volontario.

Condanne a 13 anni e 6 mesi per Marco Pucci, e per Gerald Priegnitz, entrambi membri del board, 10 e 10 mesi per Daniele Moroni, dirigente, 13 anni e 6 mesi per Raffaele Salerno, responsabile della sicurezza, 13 anni e 6 mesi per Cosimo Cafueri, capo dello stabilimento di Torino. Queste le altre pene cui sono stati condannati gli altri 5 imputati al processo Thyssen dalla corte d’assise di Torino per: omicidio colposo con colpa cosciente, incendio, rimozione delle misure di sicurezza.

La società Thyssen è stata sanzionata a pagare un milione di euro, a una confisca di 800mila euro, all’esclusione di agevolazioni e finanziamenti pubblici per 6 mesi, al divieto di pubblicità per mesi. La sentenza sarà pubblicata su Stampa, Corriere della Sera e Repubblica, ed affisa nel Comune di Terni.

I risarcimenti che i sei imputati e la ThyssenKrupp dovranno pagare alle parti civili sono i seguenti: un milione di euro per il Comune di Torino, 973mila e 300 euro alla Regione Piemonte, 500mila alla Provincia di Torino; 100mila euro ad ognuno dei sindacati metalmeccanici Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil, Flm/Cub; all’associazione medicina democratica altri 100mila euro.

Il processo è stato molto seguito non solo dalla cittadinanza, all’udienza in cui si svolse la requisitoria finale di Guariniello con le richieste di condanna in aula c’erano anche i parenti delle vittime di altre stragi: quelli della Eternit, il cui processo si svolge sempre a Torino; ma anche i parenti delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009. La tesi dell’accusa è che l’ad di Thyssen Espenhahn abbia posticipato i lavori per la messa in sicurezza delle linee dello stabilimento di Torino a una data successiva, alla chiusura dello stabilimento, già decisa, accettando così di correre il rischio di eventuali incidenti o incendi mortali.

Un rischio che, per i pm, era quasi inevitabile, visto che persino le opere di manutenzione ordinaria erano venute meno, (gli estintori scarichi o mal funzionanti, le visite degli ispettori dell’Asl annunciate). Per i pm la prova di tutto ciò è nelle carte sequestrate negli uffici della Thyssen, sia a Torino che a Terni, e ha determinato la formulazione del capo d’imputazione di omicidio volontario con dolo eventuale per Espenhahn: un reato per il quale la pena può arrivare a 21 anni, mentre la procura ne ha chiesti 16 e mezzo, in considerazione di quello che Guariniello ha definito «un non pessimo comportamento processuale» dell’imputato, ascoltato in aula nel corso del processo. Per il legale Ezio Audisio, difensore di Espenhan, per cui ha chiesto l’assoluzione,«Espenhan non è un cinico assassino».

15 aprile 2011

VIAGGIO A LAMPEDUSA – PROIEZIONE 25-02-2011

21 febbraio 2011